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Davide Sapienza
Davide Sapienza, scrittore, traduttore e poeta, collabora con numerose riviste (Specchio, Diario, GQ, Rolling Stone) e numerosi siti e blog. Viaggiatore e profondo conoscitore di culture cosiddette primitive, come quella degli inuit e degli indiani d’America, ha curato per Cda&Vivalda il volume Il marinaio nella neve – Jack London e il Grande Nord. È autore de I Diari di Rubha Hunish (Baldini Castoldi Dalai 2004), libro evento del Premio Chatwin 2004. Il suo ultimo romanzo è La Valle di Ognidove (Cda&Vivalda). www.davidesapienza.net

Da Satisfiction n. 1 / novembre 2007

Intellighenzia Palace Hotel

Stavo camminando nell’etere e sfogliavo sogni selvaggi, tra i quali ondeggiavano al vento, in un orizzonte lontano, libri che vorrei leggere, libri dei quali non si parla, non si è parlato, non si parlerà. L’orizzonte era ampio, come le colline di neve, come le oasi del deserto che viaggiano e delle quali gli uomini che conoscono il deserto conoscono percorsi e mappe che sfuggono a noi altri.
Nel sogno questi erano libri fatti di realtà e di vita, come le dune del deserto solo apparentemente immobili. Nel crepuscolo coloro che li scrivevano, altri lavoratori della parola, cercavano di aderire con dedizione al proprio compito: essere sempre pronti a seguire la mappa invisibile, sempre pronti a ripartire alla ricerca dell’orizzonte misterioso che si disegna nel tempo, con pazienza, al quale si deve dedicare amore, sogno, visione e concretezza. Serve camminare e seguirlo, per provare a raccontarlo.
Poi ho avuto un incubo. C’era un grande salone, arredamento kitsch, pile di libri polverosi, riviste, tutto avvolto nel fumo di troppe sigarette e dietro lo schermo di fumo tanti uomini dai tratti che parevano ora liquidi e ondulati, ora spigolosi e di cartapesta. Il salone era al sesto piano di un grande albergo della belle epoque, l’Intellighenzia Palace Hotel. Era strano: aveva un tetto pesantissimo ma sotto, oltre lo schermo di fumo, si vedeva davvero poco. Nell’incubo non riuscivo a scorgere solide mura, stanze arieggiate e uno sviluppo armonico dei cinque piani sottostanti e soprattutto di solide fondamenta.
E gli uomini parlavano. Sembravano intenti a raccontare, discutere, litigare, ridere, riflettere tra di loro. Solo tra di loro. Il fumo non circolava, non c’erano finestre e anche la porta era saldamente sprangata. Sotto intanto il fumo era scomparso e i cinque piani mancanti erano in realtà come la tremenda immagine dell’albergo di Sarajevo, durante la guerra, ricordate? Pareva un albero bruciato dalle radici in su con la chioma apparentemente viva e folta. Ma il primo che si fosse avvicinato deciso…
Sogno e incubo adesso erano più chiari, erano la stessa cosa. Stavo capendo che io sognavo le parole, e l’incubo era quello di poterle smarrire come potrebbe accadere al contadino che dopo tanta fatica, desiderio e sorriso, riempie il proprio cesto di frutti e si dirige di nuovo alla cascina per trarne linfa vitale. Nel mio etere, nel mio sogno, quella linfa vitale era il sudore di tanti cammini fatti con le gambe e di tante strade percorse con la mente e il cuore che pulsa del sangue di un sapere che non può sopravvivere oltre cento pulsazioni nel salone dell’Intellighenzia Palace Hotel.
Il sangue non può rispondere al richiamo della vita, non può zampillare diretto all’orizzonte dei libri negati, non può colorare di ossigeno le dune del deserto che viaggiano, le nevi di polvere magnifica che stanno oltre la piccola esistenza del salone al sesto piano dell’Intellighenzia Palace Hotel. Non può, il sangue, tollerare più di mille pulsazioni aggredito dalla muffa dell’erudizione: ha bisogno dell’odore forte del bosco delle visioni, dei sogni, dei desideri.
Anzi vi dirò altro, il sangue scorre e cambia colore perché segue il respiro ma nel salone al sesto piano dell’Intellighenzia Palace Hotel l’unico respiro rimasto è quello della propria grande stanza chiusa, con le finestre chiuse, la porta sbarrata. Quegli uomini dell’incubo ogni tanto permettono a un servile domestico – che é spesso un lavoratore del libro che ha tradito la missione del contenuto a favore delle mostrine e dei riconoscimenti decisi al sesto piano dell’Intellighenzia Palace Hotel – di far passare sotto la porta sprangata, nell’apertura dove si lascia passare il gattino domestico che miagola il miagolio che i Cavalieri dell’Intellighenzia vogliono offrire a se stessi, documenti ben controllati e fascicolati come fossero libri veri.
Nel sogno vedo la sotto la strada, la vita, e questi poveri uomini che non hanno più un modo di scendere dal sesto piano dell’Intellighenzia Palace Hotel perché hanno deciso di stare chiusi a ondeggiare nell’ologramma dietro lo schermo di fumo da troppi anni e così sono incapaci anche del più elementare gesto corporeo, ondeggiano diafani, trasparenti, le loro vene sono sottili e uniformi, il loro sangue è bianchiccio, sembra la carta pallida di un mozzicone finito e gettato.
Poi a un certo punto mi fermo, tergo il sudore dalla fronte perché per oggi sono arrivato, con le mie gambe e con le mie mani, con il mio zaino e le parole ascoltate nell’orizzonte bianco e misterioso, a un’altra località incognita dove non c’è nessun albergo chiamato Intellighenzia Palace Hotel: solo la terra infinita, il cielo e il desiderio di guardare le vene e vederle pulsare per accogliere tutto quello che viene dalla vita vissuta, non dall’idea della vita; tutto quello che viene dalla scrittura vissuta, non dall’idea astratta di come dovrebbe essere.
Mi sveglio. E ricordo quel giorno al liceo, quando lessi che un certo Martin Lutero, devoto figlio di Dio, disse: “ma se la Parola del Padre è per il popolo, perché chi la pronuncia usa una lingua che nessuno del popolo può riconoscere?”

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